Alberto MADRICARDO  
 

Caro signor Vai,

la ringrazio per l'attenzione e, sia pure con qualche ritardo non dovuto, mi creda, a negligenza, cerco di risponderle. Lei, in riferimento all'abstract della mia relazione agli incontri  di
Nemus, osserva
:

"Il rappresentare dell'uomo (ed il suo rappresentarsi) può avvenire solo a condizione che siano presenti sia il mondo che è sia quello che manca."

D'accordo. La rappresentazione è possibile solo se c'è una differenza. Ma la rappresentazione in quanto tale, io credo, rende  l'uomo spettatore (del mondo che così è fenomeno) e lo separa da tutto e da se stesso.  Perciò dico che il rappresentare dell'uomo è l'immediata manifestazione del suo sviamento, del suo trovarsi cioè inadeguato, fuori luogo rispetto al punto che possiamo immaginare sia quello dell' "orthòtes", cioè della rettitudine che consente di guardare-guardarsi  dritto nel cuore della presenza. La rappresentazione attesta, indirettamente, che il nostro esserci è già inizialmente posto in posizione "obliqua", che è dunque in quanto tale sviato, a prescindere da quello che possiamo fare dal momento in cui siamo venuti ad essere. Ciò che viene smentito, con questa affermazione, è la convinzione che solo per le nostre azioni si produca il nostro sviamento. La rappresentazione, per me, è il giudizio calcolante la differenza, cioè la stortura stessa che ci caratterizza essenzialmente. A causa di questa, pur essendo presenti,  non siamo nella presenza.

Lei continua:   

"Se infatti vi fosse solo il mondo cui non manca nulla, in esso nulla potrebbe divenire, poiché il divenire porta cose nuove e ne perde di vecchie. L'uomo non potrebbe quindi crescere, maturare, e dare frutti. Ma sarebbe invece già cresciuto e già maturato con tutti i suoi frutti. Sarebbe anch'egli, così come il mondo, alla fine della strada"

Io dico:

Il mondo in cui non manca nulla sarebbe "mondo" (purificato) dal nulla che  è connesso al divenire. Comunque il mondo perfetto che lei ipotizza, è l'estremità della rappresentazione, in  cui quest'ultima si colloca come dentro alla sua cornice. Il mondo perfetto  è  "quo nihil maius cogitari potest", è dio, sebbene senza trascendenza.  Al contrario di quanto lei suppone, a me pare che solo se si presuppone "il mondo in cui non manca nulla" è possibile la rappresentazione, che consiste essenzialmente in un venir meno (questo è il divenire: essenzialmente venire meno dalla perfezione. Il movimento - e il divenire è un movimento - è sempre dovuto ad una carenza, come intende Aristotele ). Il maturare, il  crescere e dare frutti non si produce nella rappresentazione, ma solo nell'irrappresentabile. Come dice Kafka, "c'è una meta, ma non c'è una strada". La maturazione non avviene mai lungo un percorso, lungo una strada, ma sempre a strada sbarrata nell'irrappresentabile).

Lei osserva:

"Nel caso invece in cui tutto mancasse saremmo all'inizio, il rappresentare sarebbe anche in questo caso impossibile, senza alcunché su cui appoggiarsi. L'uomo sarebbe solo, completamente solo, senza neanche un pensiero per compagnia, il nulla."

Io dico:

Appunto, sarebbe impossibile, si darebbe solo esperienza di nulla (poiché di nulla si da solo esperienza, non rappresentazione). L'esperienza di nulla (della  negatività pura) è l'esperienza stessa
dell'essere (quello che io chiamo il sentimento di essere), esperienza umana per eccellenza. La mancanza di appoggio è appunto conseguenza della impossibilità della rappresentazione. Ma è la condizione in cui, per così dire, non possiamo far muovere le cose al posto nostro (nella rappresentazione): dobbiamo muoverci noi.

 
Lei si chiede:

"Ed in questa solitudine estrema non potrebbe sorgere un desiderio? Un desiderio d'amore?E se così avvenisse, questo desiderio come potrebbe esprimersi senza nulla d'amare?"

Sì, ma questo equivale a ricadere nella rappresentazione.  Il desiderio, contrariamente a quanto si suppone comunemente, non ci fa muovere essenzialmente (ci fa correre di qua e di là, certo, ma nella rappresentazione, di cui noi stessi siamo spettatori. Questo non tocca minimamente l'immobilità essenziale in cui, come spettatori, siamo): fa muovere le cose (le rappresenta) e usa questo movimento come alibi per celare la nostra assenza dalla presenza. Io, in quanto desidero, voglio avvicinare a me (nella rappresentazione, che è sempre calcolo della distanza tra l'incompleto e il completo) l'oggetto del mio desiderio. Se invece sono effettivamente io ad avvicinarmi ad esso, allora non lo desidero, ma, diciamo così, (senza rappresentarmi in relazione ad esso, senza calcolare la distanza che c'è tra me  e lui, ma calcolando, all'opposto la distanza che c'è tra lui e me, la distanza, il negativo, che io sono essenzialmente).  Lo sento, ri-sentendomi io stesso come distanza e negatività. Così nulla mi è dato (o sottratto), nulla mi è imposto, ma io stesso  sono in quanto pagare il debito della mia negatività. Il mondo, nel risentimento di me stesso, è solo la misura del debito che devo pagare, della negatività che devo colmare. Io sono solo in quanto pago il mio debito e colmo la distanza. E pago il mio debito in quanto compio, senza proteggermi con la rappresentazione, l'esperienza di nulla. Essendo per me lo stesso che io sia o che non sia. Questa medesimezza è la piena esperienza di nulla, che non si può rappresentare, non si può risolvere nel pensiero, ma che riguarda essenzialmente il pensiero, come tale, in quanto solo  nell'esperienza del proprio mancamento nell'abisso del negativo esso "ha sentore", per opposizione, dell'essere. Si dà nel suo venire meno.  La terra che da frutti è l'abisso. 

Lei conclude:

"Allora, forse, ecco come il mondo, incompleto, potrebbe incominciare ad essere. Noi siamo perciò in una località panica, stiamo crescendo e dando frutti.Ma il desiderio, il desiderio d'amore, non è ancora soddisfatto, anzi, è forse solo all'inizio, e la paura del nulla, del vuoto da cui siamo partiti, ogni tanto ritorna, ci mette paura, e ci fa dimenticare che stiamo crescendo e dando frutti."

Come ho già detto, l'incompletezza presuppone la completezza e il rapporto tra i due è costituito essenzialmente dal calcolo della distanza. Quello che lei traccia è lo scenario essenziale della rappresentazione (della storia), sempre calcolante, sempre rassicurante, che sempre cela a noi, sviandoci, il nostro debito d'origine. Tale debito  paghiamo solo imparando a stare senza appigli sull'abisso, senza alcun argomento in favore dell'essere, affinché questo, se può, da solo si difenda.

Cordiali saluti

Alberto Madricardo